Terremoti della mente


14/05/2011



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In questi giorni in internet, e con il passaparola tra la gente, abbiamo avuto un impetuoso diffondersi di notizie circa un ipotetico terremoto che avrebbe dovuto, stante le previsioni di uno studioso dei campi magnetici - Raffaele Bendandi - devastare Roma. Sembra che questa notizia abbia avuto una risonanza notevole, le persone sono apparse molto preoccupate e ne hanno parlato per giorni e giorni. Al punto che la Protezione Civile si è vista costretta ad arginare quella che è apparsa l’avvisaglia di una vera e propria psicosi di massa, pubblicando dal proprio sito un dossier contenente domande e risposte sull’evento tanto temuto, nonché approfondimenti sulla natura geologica del suolo capitolino e sulla storia sismica della zona.
Tutti sanno che i terremoti sono scarsamente prevedibili e che non vi è alcuna possibilità di dire con precisione come e dove avverrà la catastrofe. Ma di quale terremoto siamo veramente preoccupati? Potrebbe anche darsi che quello che ci preoccupa davvero sia il terremoto umanitario che sta avvenendo ai nostri confini, sempre più tragico. Siamo sottoposti ad immagini di donne incinte che rischiano di affogare con i loro bambini in braccio nel tentativo di sbarcare sulle nostre coste per salvarsi dalla guerra e dalla fame e questo accade ogni giorno. Potrebbe quindi darsi che la nostra mente fatica a sopportare questa pena, sopportare il senso di colpa che naturalmente si prova nel vedere che esiste una parte di mondo che fugge dalla povertà verso una improbabile “terra promessa” idealizzata. Potremmo forse sopportarlo meglio qualora fosse possibile collocare queste persone in un contesto personale, sociale e culturale che preveda la possibilità di partecipare alla loro e nostra storia e dare peso alle emozioni che ci colpiscono quando osserviamo queste tremende immagini. Dare peso nel senso di cercare di non fare finta che ciò non ci riguardi, non cercare di lasciare in sottofondo le sensazioni spiacevoli che ci assalgono di fronte all’evidenza di sentirci noi dei privilegiati. In mancanza di questa elaborazione queste sensazioni diventano difficilmente tollerabili e diventa gioco forza proiettarle all’esterno dove sarà sempre possibile trovare qualcuno pronto a dirci che domani ci sarà un terremoto che raderà al suolo Roma. Elaborare storie traumatiche non è un compito facile è anche vero che se dovessimo interrogarci sul significato di ogni azione o situazione, la nostra vita sociale sarebbe molto complicata. Ma il fattto è che la nostra vita sociale è più complicata di quanto a noi non ce la semplifichiamo. Se, per esempio, un amico ci fa un cenno con la mano possiamo anche chiederci se il saluto era sincero o no, o perché l’amico non si è fermato a chiacchierare, o se la sua è solo una amicizia disinteressata o solo una cortesia superficiale. Ma solo di rado ci poniamo queste domande. Di solito facciamo ipotesi rassicuranti, condivise dai più, ed andiamo avanti. Quando smettiamo di interrogarci ed accettiamo le premesse della nostra cultura, adottiamo quello che è stato definito l’atteggiamento naturale (Schutz 1932). Diamo per scontato che quello che ci viene detto rappresenta la realtà. Se da un lato l’atteggiamento naturale è essenziale alla vita, per molti aspetti la limita e quindi è necessario costruire delle occasioni adatte per portare alla luce dubbi e situazioni conflittuali. Se queste occasioni non vengono trovate avremo bisogno di trovare qualche terremoto su cui poter scaricare paure e rabbie o in mancanza di questo perlomeno qualche partita di calcio da sovraccaricare di significati. La lezione che ne possiamo trarre è che, se per mantenere un accordo sociale smettiamo di interrogarci su ciò che ci colpisce profondamente, saremo costantemente perseguitati da terremoti emotivi che ci segnalano che sarebbe ora di assumerci la co-responsabilità degli eventi che ci circondano.



Alessandro Grignolio


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