L'idea di vivere in un mondo di bugiardi


25/07/2011



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C’è qualcosa che la psicologia possa dire di utile per intercettare lo sconforto che ci assale davanti allo sconcertante massacro compiuto dal norvegese Anders Behering Breivick? Come si fa a liquidare con una patente di follia qualcuno che programma lucidamente per anni delle stragi e poi le mette in atto preoccupandosi di produrre 1500 pagine di motivazioni? Eh si ! perché la presenza di motivazioni ideologiche – bislacche quanto si voglia ma sufficientemente articolate da esser ben lontane da un delirio - non permette in nessun modo di usare le tradizionali categorie psichiatriche che vengono generalmente invocate con qualche successo per esorcizzare l’analogo orrore suscitato dalle gesta dei nostri serial killer. Non possiamo infatti risolvere il problema indicando la spropositata crudeltà di Breivik come il prodotto di un disturbo anaffettivo, visto l’amore che egli in qualche modo mostra di (mal)riporre sulle tradizioni dei propri antenati - crociati, templari, celtici e altri “eroi” dimenticati. E nemmeno si può invocare a sua giustificazione una condizione di emarginazione sociale visto il suo perfetto inserimento in una moderna società di consumi che lo aveva visto fin da giovane come protagonista. Al tretaduenne Breivick non mancavano infatti i soldi visto che li aveva fatti fin da giovanissimo mettendo su una piccola impresa di successo. E non mancavno riconoscimenti visto che gli era stato recentemente proposto l’ingresso nel terzo grado della gerarchia massonica.  Pertanto abbiamo a che fare con un “mostro” di fronte al quale le interpretazioni psicologiche tradizionali stanno a zero. Un mostro ideologizzato e traformatosi in una macchina di morte i cui atti mettono a nudo la pochezza delle interpretazioni psicologiche che vengono generalmente applicate ai nostri più domestici pluriomicidi. Interpretazioni che potrebbero essere parafrasate con la battuta irrisoria di Moretti circa i luoghi comuni della psicologia come teoria del “difetto di accudimento primario”.
A questo punto, visto che Breivick ci ha lasciato le sue 1500 pagine prima di partire per la sua ultima (?) missione vale la pena di cercare di capir che cosa gli frullava – e probabilmente gli frulla ancora - nella testa. Partendo dall’evidenza che Breivick non solo professava idee mediocri che non avrebbero potuto reggere ad un contraddittorio articolato, ma era sopratutto convinto di vivere in un mondo dove tutti, a partire dai politici e dagli accademici, mentono spudoratamente. Perché quindi sprecare tempo per portare a confronto le proprie idee con quelle degli altri quando sono gli altri che truccano le carte in tavola con le loro menzogne rendendo inutile qualsiasi forma di confronto? Quello che sembra caratterizzare Breivik è quindi l’idea radicata che il partito social democratico al governo - con l’appoggio dalla cultura “marxista e multiculturalista” norvegese - stesse operando il lavaggio del cervello a quei giovani socialisti che Breivick si premurava di sterminare per fargli capire che non dovevano dare credito alle parole di nessuno. Breivik, infatti, travestito da poliziotto, attirava a se i ragazzi dell’isola con le parole e poi li ammazzava, tanto per fargli capire la pochezza delle parole cui questi giovani credevano. Bisogna quindi riuscire a immaginare che nella mente di Breivick la strage avesse il senso di ricordare ai giovani che le parole sono del tutto inutili in un mondo di mentitori nel quale solo i fatti contano. Forse è per questo motivo che le parole del suo memoriale risultano mediocri, le sue fonti poco approfondite, mentre il suo scritto si chiude con una cinquantina di pagine incredibilmente meticolose e dettagliate circa “i fatti” che riguardano la preparazione degli esplosivi e delle armi. Anche qui Breivick non manca di prendersela in modo stizzoso con le menzogne che rintraccia esser scritte sui manuali per la preparazione di esplosivi casalinghi. Parole menzognere che intralciano la verità dei fatti che Breivik propone di ristabilire usando gli esplosivi.
La convinzione catastroficamente persecutoria di vivere in un mondo di mentitori è scarsamente considerata quando si parla di killer seriali. I killer seriali, infatti, generalmente non producono ideologia ma atti barbarici privi di messaggi espliciti anche se a pensarci bene i loro atti sono molto ricchi di contenuto non verbale che rimane indecifrato. Si tratta di messaggi che, come quello di Breivick, risultano disturbanti perché partono da un’esasperata lettura di realtà sociali che non sono tuttavia del tutto estranee alla nostra esperienza quotidiana. Nessuno di noi è infatti completamente immune dalla sensazione che le cose che può dire o fare contano poco rispetto a ciò che viene deciso altrove o rispetto al fatto che le parole di chi sta al potere contino più delle nostre indipendentemente dal fatto che siano vere e false. Pertanto gli assassini seriali esercitano il loro oscuro fascino mediatico in quanto interpretano il disagio che tutti in misura minore avvertono rispetto ai limiti delle parole e suggeriscono l’idea “folle” – ma non estranea alle fantasticherie del senso comune -  di creare un mondo di fatti parallelo e contrapposto a quello in cui si parla. La fastidiosa professione ideologica di Breivik - esasperata e bislacca quanto si vuole - mette a nudo come il discreto fascino mediatico dei serial killers sia dovuto al fatto che essi ci si presentano a noi come casi eccezionali, permettendoci di nascondere la presa che essi hanno circa i banali drammi del contare poco che affliggono la nostra vita quotidiana. Possiamo quindi consolarci cercando di far valere le nostre parole per quello che possono contare e affermando con ragione che ciò che perseguitava Breivick e che continuerà a perseguitarlo per il resto dei suoi giorni è la cocente sensazione di non contare assolutamente nulla nonostante le sue millecinquecento pagine che rimangono mediocri, i suoi novantuno morti ed il centinaio di feriti.



A.S.


Commenti


Matilde

27/7/11

Beh a proposito dell'inserimento di Breivick nel tessuto sociale c'è un passo del suo memoriale dove esalta il fatto di aver comprato delle bottiglie di vino francese molto rare a un prezzo "veramente molto buono" ripromettendosi di stapparne qualcune in ocasioni "speciali". In sostanza un manuale circa il corretto rapporto qualità prezzo dove si esaltano dei luoghi comuni che più comuni non ce ne sono! Per non parlare poi delle immancabili donnine magari due alla volta. Insomma ci troviamo davanti a uno che coltivava il vino speciale e e il sesso mercenario come i veri valori ...le sue piccole divinità oltre la forma fisica è per davvero qualcuno che rischia la perdita di identità. Praticamente Breivick non era nessuno ed era per questo che coltivava tanto odio per gli altri....



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