Ricchi premi e cotillons!


17/10/2012



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La politica è fatta con le parole o con le immagini? Da tutte e due mi risponderete prontamente, ma i recenti fatti di Roma confermano che la politica delle parole – tra cui la nuova parola indignados – risulta in questo momento messa nell’angolo davanti alle immagini di violenza e di devastazione che bucano la comunicazione verbale a favore del video. Ma facciamo un passo indietro per capirci qualcosa. Mai come in questi ultimi tempi abbiamo assistito a scene in cui le parole sono apparse vane e fasulle, in qualche modo secondarie, mentre le immagini apparivano più vere. Basti prendere ad esempio le scialbe parole pronunciate dal nostro Cavaliere alla camera in occasione dell’ennesima richiesta di fiducia e il contrasto con le ben più pregnanti immagini dei volti terrei nei minuti precedenti al voto e dei volti festanti delle deputate Pdl gesticolanti a fiducia ottenuta.

Da cosa dipende questo scollamento tra parole e immagini? Sappiamo che parole hanno un peso che dipende dal contesto in cui vengono pronunciate. Hanno un peso se si può decidere quando dirle e come dirle, quando si è avuto modo di pensarle e si è sufficientemente convinti che gli altri si convinceranno che colui che parla abbia qualcosa da dire. In tal caso le parole acquistano un senso in quanto danno l'impressione che colui che le pronuncia  possa pretendere qualche credito verso il suo interlocutore. Facciamo quindi il punto: abbiamo un Cavaliere che, temendo di non aver nulla da dire di significativo ha sbancato l’Italia proponendogli di subordinare le parole all'immagine. Parole positive e poco complicate abbinate a immagine positiva, sorridente e suadente. L’immagine è diventata prioritaria e trainante e qualsiasi osservazione che fosse accompagnata da parole sensate è stata additata come una forma di tradimento dalla stragrande maggioranza dei sistemi televisivi.

Io non concordo sul fatto che la sinistra abbia inseguito in blocco la stessa politica e che non abbia niente da dire. Anzi non sono nemmeno d’accordo che perfino coloro che stanno al governo non saprebbero produrre parole sensate se gli venissero offerte occasioni adatte per farlo. Ciascuno di noi infatti è in grado di parlare di cose sulle quali ha esperienza personale quando gli viene offerta la possibilità di essere ascoltato.  Insomma anche Cicchitto potrebbe riuscire a dire qualcosa di sensato esprimendo le sue competenze in un abito in cui egli potesse eccellere – che dire, tanto per fare un esempio, potrebbe essere un giudizio su una mostra canina se lui davvero fosse un conoscitore di cani. Così come il Cavaliere era già riuscito a eccellere nell’intrattenere i passeggeri di una crociera per anime semplici e potrebbe certamente riprendere con successo il suo antico mestiere mentre molti di noi non sarebbero in grado di formulare una parola valida in quel tipo di contesto. Ognuno infatti può usare con successo le parole negli ambiti in cui si è acculturato e soffre a parlare in ambiti in cui è circondato da persone che non sono competenti nel suo ramo.

La responsabilità maggiore di questa situazione, a mio modo di vedere, va attribuita al sistema dell’informazione che si basa sui comunicati stampa e gli spottini televisivi di trenta secondi. Un sistema che obbliga questi signori a rilasciare ogni giorno decine di dichiarazioni con le quali si rispondono gli uni con gli altri. Come se non si potesse mai dire qualcosa come "adesso me ne sto zitto perché sono indignato per davvero, oppure risponderò a luogo e tempo debito". Insomma il sistema dei comunicati stampa non permette di prendere le distanze, nessuno sembra più riuscire a scendere dalla nave di crociera. La conseguenza di questo stato di cose è che quando uno dei partecipanti dice una castroneria e si mostra del tutto incompetente l’altro viene obbligato a rispondere allo stesso modo in cui risponderebbe a qualcun altro che avesse detto una cosa rilevante e degna di menzione. Prevale quindi l’immagine di poveracci - siano essi di destra o di sinistra – ripresi per strada o davanti alla porta di qualche palazzo, i quali si sono faticosamente preparati per lo spottino del giorno per dare credito ad altri disperati che hanno sfornato altri spottini altrettanto demenziali. Domina l'immagine di tutti questi poveracci che non ce la fanno più, come non potessero sfuggire alla necessità di produrre parole inutili per degli inutili uffici stampa allo stesso modo in cui i partecipanti alla crociera vengono coinvolti a partecipare alla serata in cui si distribuiscono "ricchi premi e cotillons".

Insomma oggi buca di più l’immagine del politico angosciato che cerca di tranquillizzarsi facendo dichiarazioni insulse piuttosto che le sue parole che nessuno ascolta per davvero in quanto da quella immagine rimangono inesorabilmente scollate. Lo stesso fenomeno – e cioè la sensazione che le parole non servano a niente e che le immagini contino di più – contagia le parole dei politici di opposizione quando vengono obbligati a commentare, con visibile scoramento, le parole insensate e inconsistenti che PincoPallino ha detto un'ora prima. La loro visibile amarezza dipende dal fatto che i partecipanti non possono sottrarsi a dar credito a parole insulse e prenderle per buone percui le parole dell'eventuale persona competente risultano inutili allo stesso modo di quelle pronunciate da persona competente. Pertanto andare in televisione attraverso l'immagine del blindato messo in fiamme risulta essere - in assenza di una politica animata da parole sensate - un'ennesimo tentativo di partecipare alla distribuzione di ricchi premi e cotillons.



A. Seganti


Commenti


Marisa Pittaluga

19/10/11

All binomio parole -immagini che caratterizza l'attuale poltica del "fare" è stato sottratto il pensiero, considerato ormai un lusso inutile, abolito il quale non vi sarebbe più nessuna crisi....coloro che sono capaci solo delle volizioni di primo ordine - definiti anche dissoluti -si comportano come se fossero privi della capacità di autovalutazione riflessiva; in preda soltanto ai loro bisogni e desideri ,"non fanno mai un passo indietro per criticare il loro sistema di preferenze o cercare di modificarlo coscientemente" (Hirschman,1983)



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