Il mantra della crescita


08/12/2011



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Bisogna riattivare la crescita! è il mantra che si sente spesso ripetere a proposito della attuale crisi finanziaria. Maledetta crescita - verrebbe da dire - perché non ti riattivi? Adam Haslett  in un articolo sul Corriere "La finanza spegne la democrazia" ci ricorda la crescita del dopoguerra quella che portò in meno di vent'anni gli italiani a comprarsi la seicento, il frigo, scarpe, vestiti e a consumare il pollo più volte a settimana e non soltanto la domenica. Una crescita quella degli anni del boom che, mentre permetteva ad alcuni di accumulare enormi profitti, permetteva anche ai poveracci di aumentare il proprio tenore di vita. Pertanto in quegli anni i consumi crescevano più velocemente di quanto crescesse la sensazione di ingiustizia relativa alla disuguaglianza dei redditi. Il fatto che ristretti gruppi di persone legate gli apparati militari e industriali aumentassero vertiginosamente in quegli anni i loro bilanci e i loro poteri era sì evidente ad alcuni ma non era fonte di vera e propria indignazione per molti, visto che erano molti che vedevano aumentare il proprio tornaconto. Il fatto che si sviluppasse una commistione tra gli interessi di questi apparati e quelli della politica e della finanza era sì noto, ma veniva sentito dai più come un pedaggio necessario per migliorare la propria posizione economica e sociale, senza destare vere e proprie ondate di indignazione.
Questo tuttavia non significa che l'ingiustizia - il vero freno della crescita in quanto va a minare quella compatezza di intenti del tessuto sociale verso uno scopo comune - fosse scomparsa dalla faccia della terra. Nessuno tuttavia considerò come problematica psicologica degna di attenzione quella di far emergere in modo ordinato un gagliardo e verace senso di ingiustizia e nessuno considerò la possibilità di calmierarne la circolazione nel modo più semplice che ci sia e cioè attraverso una redistribuzione dei redditi più equa e una sana riduzione dei privilegi più odiosi.
Se il senso di ingiustizia fosse stato ascoltato seriamente e se fosse stato posto qualche realistico rimedio, probabilmente esso non avrebbe assunto le forme ideologiche e vendicative – oltre che disperatamente inutili - degli anni 70, ma il fatto è che al senso di ingiustizia non venne data risposta in quanto si scelse l’altra strada, quella di metterlo a tacere – ritenendolo oltremodo pericoloso - con la promessa di una crescita continua. Non si trovò quindi altro metodo per rispondere all’ingiustizia circolante se non quello di mentire, applicando il mantra della crescita che oggi ancora sentiamo rimbombare in modo palesemente inefficace. Il senso di questo mantra e quello di convincere le persone che ogni ingiustizia distributiva che loro possono ragionevolmente avvertire come tale verrà sanata dalla crescita: in questo modo il mantra riesce ad ottundere momentaneamente il senso di ingiustizia, lasciando che esso covi in sottofondo per poi esplodere nella forma di pericolose ondate di indignazione che non riescono a trovare una direzione efficace.
Se poi guardiamo al senso psicologico dell’illusorio mantra della crescita vediamo che in sostanza esso suggerisce solo e soltanto una via di uscita dal senso di ingiustizia, quello di aumentare i propri consumi personali. E’ in questo modo che mentre l’acquisizione dei beni di consumo aveva ancora un senso tangibile negli anni 60 quando i consumi si accompagnavano ad un tangibile miglioramento delle condizioni di vita di molti, negli anni 80 si cominciarono a diffondere nuovi consumi, privi di una soddisfazione duratura, nel settore del lusso. Consumi che venivano finanziati subito in modo da fornire a poco prezzo la sensazione di una restituzione immediata e “giusta” rimandando in sottofondo sia la restituzione del credito che le sensazioni di ingiustizia circolanti in sottofondo. Pertanto, mentre nella realtà i soldi erano a quei tempi già finiti,  in quanto venivano già allora risucchiati nel buco nero del mastodontico apparato politico, finanziario, industriale che continuava a sfornare privilegi a getto continuo per pochi, si provvide a stamparne sempre di più per dare l’illusione anche ai poveracci di partecipare alla festa dei privilegiati. In questo modo la generazione degli anni 90 e seguenti vennero allevate all’interno di un orizzonte culturale dominato dai valori dettati da Novella 2000. Per partecipare alla festa dei VIP bastava acquistare a rate un orologio costoso. Quando poi finirono anche i soldi per acquistare l'inchiostro per far funzionare la Zecca, si fece ricorso alla carta di credito, al computer e alla finanza creativa rilanciando l’idea della crescita in modo puramente virtuale. Da Novella 2000 alla generazione dei trader mordi e fuggi il passo fù breve fino ad arrivare al fatto che le odierne ridicole invocazioni per la crescita vengano fatte convintamente dalle stesse istituzioni che cercano un vantaggio immediato nel giocare al ribasso sugli stessi titoli che dovrebbero appunto stimolare la crescita. In questo modo, dunque, mentre si continuava a sfornare privilegi a getto continuo per quella che oggi chiamiamo casta, si provvide a mitigare il senso di ingiustizia circolante. Sarebbe forse il caso di cominciare a pensare che il senso di ingiustizia andrebbe preso un po’ sul serio? Si potrebbe in questo modo ottenere il sostanziale vantaggio di ripristinare l’indispensabile senso di coesione morale delle popolazioni senza il quale la crescita finisce per prendere direzioni abberranti. 




La Redazione


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