Persuasori occulti?


05/03/2012



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Ogni tanto ci viene segnalato dalle pagine dei giornali il fatto che le agenzie di pubblicità hanno da tempo sviluppato strategie sempre più raffinate nel tentativo di perfezionare una sorta di lavaggio del cervello del consumatore. Questo è il caso del recente libro di Martin Lindstrom “Brandwashed” tradotto in italiano come “Le bugie del marketing” (Hoepli), che riprende il tema storico de “I persuasori occulti”, altro famoso libro scritto nel 1957 da Vance Packard, il primo a denunciare l’uso degli stimoli sessuali subliminali a scopo pubblicitario, nonché la psicoseduzione ai danni dei bambini. Lindstrom, che proviene da un’esperienza sul campo, ci informa del fatto che la base di conoscenze da cui oggi partono i pubblicitari per manipolare i nostri comportamenti è stata affinata da interessanti considerazioni evolutive che riguardano la nostra antica propensione ad adattarci ad un ambiente abbastanza ostile. Per cui cerchiamo volentieri rifugi ed illusioni verso qualcuno che ci protegga e ci rassicuri, preferiamo cibi ipercalorici a cui diamo un esagerato valore protettivo come se dovessimo far provviste per i periodi di carenza, ci spaventiamo facilmente ed in modo non sempre realistico della minaccia di essere considerati fuori dal mainstram e via dicendo. Insomma, la pubblicità cerca di attirare la nostra attenzione sensoriale su colori, odori, suoni o sapori che possano rassicurarci oppure cerca di minacciarci con altrettanti stimoli che possano evocare in noi la necessità di adottare un comportamento per evitare una qualche indefinita punizione. Una pubblicità che stimola quindi l’idea di un’obbedienza che verrà ricompensata, ma anche suggerisce una qualche ribellione percorribile che non abbia nessuna conseguenza negativa nella pratica. Pertanto ci vengono proposte obbedienze inutili o perfino dannose che nella realtà non verranno mai ricompensate, assieme a ribellioni altrettanto inutili e fasulle che non incidono in nessun modo sulle ingiustizie reali, quelle che andrebbero sanate per davvero.

Potremmo dire che dal dopoguerra in poi, nonostante si siano alquanto affinati i metodi per raggiungere il controllo sulle nostre menti investendo allo scopo cifre colossali, non si è andati molto lontano dall’impianto teorico di fondo che era stato delineato da Bernays con il suo “Propaganda” del 1928, una lucida traduzione dell’esperienza della propaganda di guerra in termini un poco più accettabili di quelli realizzati da Goebbels, il quale amava dire:

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.”

Vale quindi la pena di interrogarsi su quali siano i motivi del notevole successo della forma edulcorata dell’originario progetto di Goebbels per il controllo mentale della popolazione, piuttosto che indignarsi per il cinismo delle strategie di marketing che stanno alla base del successo commerciale della Coca Cola o  di Red Bull.

Io credo che il motivo vada ricercato nello sfondo culturale in cui si è sviluppato il moderno consumismo, uno sfondo culturale fortemente caratterizzato dalla mancata conoscenza della nostra eccessiva propensione genetica all’obbedienza conformistica e alla disobbedienza inefficace. Ma, cerchiamo di capirci! io non voglio sostenere che tutti debbano mettersi a studiare i limiti ed i vincoli che ci provengono dalla selezione del nostro patrimonio genetico. Voglio piuttosto affermare che il fatto che ci troviamo a tuttoggi piuttosto impreparati davanti agli assalti volti a condizionare la nostra mente per renderla più docile potrebbe in buona parte essere imputato ad alcuni contenuti fondamentali che noi riceviamo con la nostra deucazione. Un’educazione che ci porta a pensare che noi siamo una specie dotata di totale libertà individuale rispetto ai condizionamenti che subiamo. In sostanza ci hanno insegnato che, quando si tratta di questioni importanti noi si possa in tutta semplicità diventare padroni in casa propria e cacciare fin troppo facilmente i mercanti dal tempio.

Di conseguenza se ogni tanto cadiamo in qualche tranello, alla cosa non viene dato grande rilievo in quanto riteniamo di essere impegnati in cose più importanti, quelle cose che siamo liberi di fare e di scegliere e che quindi riempirebbero la nostra vita. Ora questo luogo comune della libertà di scelta inteso in chiave individualista è piuttosto insidioso anche senza dover forzatamente entrare nell’oziosa discussione sul nostro libero arbitrio. Insidioso perché la questione che viene skippata dal senso comune è che la libertà di scelta è comunque qualcosa che ha un certo prezzo, oltre a richiedere un certo impegno per venir conquistata. Spesso ci capita di scoprire a nostre spese che la libertà di scelta può portare a conflitti nei confronti degli altri, conflitti imprevisti che magari possono sorgere in un secondo tempo. Abbiamo capito da poco, per esempio, che non è libertà di scelta quella di inquinare a più non posso e tuttavia la nostra cultura ci propina un’idea di individuo che sceglie in isolamento la migliore tra le alternative omettendo di prendere in considerazione le reazioni degli altri. Dal punto di vista della nostra realtà psicologica invece c’è molta differenza – quando facciamo una scelta – se abbiamo previsto e sondato i conflitti che emergono o se li abbiamo semplicemente negati. Perché nel secondo caso cominceremo a sentirci inconsapevolmente perseguitati e questo ci porterà ad adottare scelte sempre più rigidamente “libere” cercando le conferme più facili ed evitando quei vincoli che comunque esistono alla nostra libertà di azione. Se invece la conflittualità la avessimo messe in conto dall’inizio, ci troveremo ad essere più duttili ed eviteremo di sentirci cadere tra le nuvole nel momento in cui ci accorgiamo di esserci ficcati in un vicolo cieco per compiacenza o per spirito di contraddizione. Insomma sulla libertà di scelta ci siamo fatti propaganda di bassa lega da soli e ci siamo raccontati parecchie bugie e a questo hanno contribuito alcuni cativi maestri, quelli che ci hanno voluto compiacere descrivendoci come totalmente padroni in casa nostra seguendo una psicologia incentrata sull'individuo. 



A.Seganti


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