Psicologia pret a porter


21/04/2013



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La psicologia pret a porter de “La Repubblica” di nuovo in grande spolvero! Ancora un articolo di Sara Ficoncelli che si propone il nobile intento di farci diventar più buoni: Basta fare le scarpe ai colleghi, sul lavoro la generosità paga”. Titolo inequivoco che rende esplicita la mission che il nostro giornalone si è da tempo prefissata: rieducarne uno per educarne cento, colpevolizzando il lettore quanrto basta per portarlo ad abbracciare più sani principi morali. Basandosi nientepopòdimenoche su indiscutibili “principi scientifici” la Ficoncelli si propone di convincere il lettore a recedere da desueti comportamenti egoistici  che evidentemente potrebbero essere causati un qualche retaggio della nostra stupidità animale per adottare finalmente comportamente altruistici con sicuro vantaggio nostro e altrui. Ecco che pertanto  ci viene subito rifilata una sedicente ricerca volta ad aumentare la produttività della raccolta fondi di un call center facendo leva sui buoni sentimenti degli operatori che vengono messi a contatto con le sofferenze degli handicappati. Ma, essendo dato che l’esperimento ha tutta l’aria di un discutibile utilizzo di tecniche di propaganda suggestiva ai danni degli impiegati del call center, ecco che l’articolista sciorina i pezzi da novanta:

“Poche settimane fa, un altro studio dell'Università di Emory, ad Atlanta, Usa, condotto dai primatologi Frans de Waal, uno dei maggiori etologi viventi, e Sarah Brosnan dando a delle scimmie cappuccine dei pezzi di plastica, ha rivelato che gli animali accettavano di sacrificare qualcosa per un "prossimo" cui si sentivano in qualche modo legati da un senso di comunità, concludendo che un gruppo altruista ha più chances di sopravvivenza di uno basata sull'individualismo.

ma non basta… se si avesse ancora qualche dubbio sull’Università di Atlanta dove lavorerebbe addirittura “il maggiore primatologo del mondo” ecco che vi viene tappata la bocca con l’Università di Washington e …reggetevi forte… il Max Planck di Lipsia i quali assicura la Ficoncelli reciterebbero che:

“l'altruismo e la  correttezza verso il prossimo rappresentano due comportamenti adattativi fondamentali che, facilitando la cooperazione tra individui, hanno dato un contributo chiave all'evoluzione degli ominidi e al successo della nostra specie, e continuano a darlo alla nostra vita ogni giorno, anche quando siamo a lavoro.”

Ora, a parte il fatto che l’aggiunta “quando siamo al lavoro” è palesemente inutile e accessoria e ha come unico scopo quello di avvalorare la scientificità del dubbio esperimento sui malcapitati lavoratori del call center promosso dalla Ficoncelli – nulla di quanto affermato da questi istituti lascia spazio per pensare che un aumento incontrollato di comportamenti altruistici possa costituire un qualche tipo di soluzione positiva da applicare in modo generalizzato e indiscriminato. Nulla infine che faccia pensare che un incremento di comportamenti altruistici possa avere un effetto positivo sulla nostra salute psicologica e nulla che possa avvalorare la tesi dell’innocuità dell’uso della propaganda altruistica per aumentare la nostra efficienza sul lavoro. Infatti,  quando si parli seriamente in ambito scientifico di predisposizione evolutiva per i comportamenti cooperativi questo non significa affatto che noi si abbia un patrimonio genetico che spinge verso comportamenti cooperativi senza valutare il rischio che essi possono rappresentare per gli individui. E’ più corretto affermare che ciò che per noi umani rappresenta un valore –sia soggettivo che oggettivo - sia invece il fatto di trovare dei modi di cooperare che non siano lesivi per gli individui singoli.  
Infatti le affermazioni del Max Planck vanno lette in un contesto teorico secondo il quale tutti gli ominidi sono geneticamente equipaggiati per contrattare e per raggiungere un reciproco vantaggio e che soltanto in questo quadro assumono importanza evolutiva anche i nostri comportamenti altruistici. Va anche aggiunto che il valore della cooperazione ragionata non ci differenzia da altri gruppi animali che hanno anche loro affrontato un problema simile nel corso dell’evoluzione. Pertanto, invece di proporre l’insana idea di una evoluzione ottimizzante che avrebbe prodotto una sorta di bontà particolare nella specie umana la cui dotazione altruistica sarebbe superiore a quella animalesca, sarebbe più opportuno sviluppare l’idea che noi si sia dotati di strategie più raffinate per comporre le conflittualità che inevitabilmente sorgono tra individui. Va detto quindi che essendo la conflittualità un dato di fatto viste anche le differenze individuali potrebbe anche essere che gli umani abbiano più mezzi delle scimmie per mascherarle e per eliminarla momentaneamente sintonizzandosi su un registro altruistico ma rimanendo tuttavia sempre in attesa che gliene ritorni indietro qualche cosa. Fortunatamente, infatti, gli individui sono in grado di valutare i loro gesti altruistici all’interno di un bilancio complessivo tra dare e avere in modo tale tali gesti altruistici non pregiudichino la loro salute fisica e psichica. Non si capisce quindi quale possa essere lo scopo di dare valore al gesto altruistico allo stato puro e in assenza di concambio. Forse il vechio sogno di creare cittadini che si sentano in colpa di richiedere un ritorno dal sacrificio che essi fanno per la causa comune non è mai morto, pur essendo dimostrato che su questo equivoco si sono basati tutti i totalitarismi, D’altra  la creazione illusoria del cittadino altruistico poggia come è noto sul meccanismo della negazione che - come dovrebbe essere noto a giornalisti che vogliono occuparsi di psicologia - sta alla base di svariate forme di disagio mentale.



ANdrea Seganti


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