Giovane e bella


27/01/2014



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A novembre è uscito nelle sale italiane il film di Ozon “Giovane e Bella” in perfetto tempismo con i fatti di cronaca che riguardano le baby prostitute dei Parioli e le ragazze doccia di Milano.

Siamo a Parigi, la pellicola narra il delicato passaggio all’età adulta di Isabelle, liceale diciassettenne di buona famiglia.

Il racconto è suddiviso in quattro parti, quattro stagioni attraverso le quali la vicenda della protagonista viene vista con gli occhi di quattro personaggi. L’estate attraverso lo sguardo del fratello, l’autunno attraverso lo sguardo del cliente, l’inverno da quello della madre e la primavera da quello del compagno della madre. In ogni stagione ben presto però la prospettiva dei vari personaggi si confonde con quella della protagonista.

Isabelle perde la verginità la notte prima del diciassettesimo compleanno con un ragazzo conosciuto al mare; nella scena del primo rapporto sessuale, in una sorta di sdoppiamento, si osserva a debita distanza mentre è incapace di provare piacere, ma nello stesso tempo capace di procuralo all’aitante tedesco. Al ritorno dalle vacanze estive la ritroviamo in tailleur e tacchi alti nei panni di Lea.

Isabelle vive in una famiglia della buona borghesia parigina. I suoi genitori sono separati da alcuni anni, ma questo non sembra crearle particolare disagio. Vive con la madre, il compagno della madre e un fratello più giovane di lei. Non ha problemi di soldi: sua madre le da tutto ma per tutto il film  vediamo Isabelle contare i soldi ricevuti dai suoi clienti e metterli da parte, e mai spenderli in qualche modo. Tutto inizia come un gioco: l’invito da parte di uno sconosciuto all’uscita da scuola a rincontrarlo in cambio di soldi o borse griffate. Da lì un’escalation di appuntamenti presi tramite internet. Durante un rapporto sessuale, però, il suo cliente più affezionato muore d’infarto; Lea, a questo punto,  è costretta ad eclissarsi a causa degli accertamenti della polizia che informa anche la madre della sua doppia vita. La ragazza, messa alle strette dalla famiglia, decide di intraprendere un trattamento psicologico ma lo psicologo,  ahimè, risulta piuttosto patetico e scontato.

Isabelle è bella, giovane, ma quello che colpisce più di tutto è il suo essere algida, fugace.

La pellicola è ricca di indizi per eventuali interpretazioni. Numerose strade vengono tracciate, ma mai nessuna percorsa fino alla fine: la separazione dei genitori vissuta apparentemente senza strascichi; l’assenza del padre cui si farà riferimento durante i colloqui psicologici; il sentirsi di poco valore; la silenziosa ipocrisia di una famiglia ammodo che non rinuncia a qualche spinello e a dei flirt vissuti in segreto; lo pseudonimo Lea, nome della nonna materna; l’atteggiamento compulsivo nel prendere gli appuntamenti e nel contare i soldi. Tanti i dubbi e i “forse” che si innescano in chi, come i vari personaggi, osserva e cerca di sbrogliare la matassa. Il film, in questo senso, sembrerebbe riflettere la mancanza di punti di riferimento saldi all’interno delle teorie psicologiche.

Il regista in un’intervista ha dichiarato che il suo intento era accompagnare e lasciare lo spettatore libero di dare la sua interpretazione rispetto al comportamento di Isabelle, probabilmente perché neppure lui è in grado di dare una spiegazione e tutte le opzioni che ci propina, come accade per i fatti di cronaca, lasciano nello spettatore la sensazione di una sostanziale incoscistenza.

Ora, nonostante Ozon nelle intenzioni abbia certamente cercato di raccontarci la storia di Isabelle/Lea sospendendo ogni giudizio moralistico, col proposito di lasciare lo spettatore libero di seguire il proprio filo di interpretazione, il film sembra rimanere prigioniero di non pochi luoghi comuni: da una parte l’adolescenza letta come un mistero in cui prende il sopravvento l’aspetto ormonale e dall’altra l’idea che tutte le donne siano un po’ Lea se soltanto avessero lo stesso coraggio della protagonista, così come sembrerebbe emergere in un dialogo della scena finale del film. Così, benché da un lato ci venga proposto un punto di vista che parrebbe non prediligere alcuna interpretazione, dall'altro il regista sembra ammiccare ad una presunta universalità della sessualità femminile volta alla prostituzione. E “forse” è proprio per questo motivo che il film  lascia in bocca un retrogusto di amara insensatezza.

Il fenomeno della prostituzione giovanile, così come di altri comportamenti adolescenziali a rischio, genera confusione, smarrimento e preoccupazione ed è forte  la necessità di chiavi di lettura che non producano il banale e insoddisfacente effetto alone cui rischiamo di abituarci.

 



Denise Miccoli


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