Obama: Tutto è possibile?


16/02/2009



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Assieme a “yes we can”, “all things are possible” è un’altro slogan ricorrente con il quale Obama ha affrontato le sue platee. Entrambe le frasi hanno una loro consistenza psicologica in quanto pongono in primo piano la necessità di uno sforzo del pensiero attraverso il quale il sentimento di speranza riesca ad averla vinta sul sentimento di paura, come evidente in “ we can change “ e in modo ancora più esplicito in “we are choosing hope over fear”.

Sappiamo dalla psicologia che questo passaggio dalla paura alla speranza può avvenire in più di un modo, a seconda delle circostanze e delle intenzioni. Ad un estremo è possibile distinguere un passaggio psicologico in cui la speranza cancella rozzamente la paura – una sorta di negazione massiccia della realtà. All’altro estremo possiamo indicare un passaggio psicologico virtuoso che avviene quando una riflessione approfondita sui motivi della paura permette di affrontarla con maggior coraggio evitando in questo modo di ricorrere a meccanismi di negazione.

Quando la speranza venisse proposta come un’urgenza assoluta per la salute psicologica, viene fatto riferimento, implicito o esplicito che esso sia, ad un impostazione psicologica basata sul “pensare positivo”, molto diffusa negli USA. Tale impostazione favorisce il passaggio dalla paura alla speranza senza che venga attraversato nessun serio momento di riflessione critica ed autocritica: una forma della cosiddetta “onnipotenza” del pensiero, un sogno, un’illusione allo stato puro. Rimane in tal caso soltanto una banale condanna dei propri sentimenti di paura, giustificata psicologicamente da urgenze - reali o immaginarie che esse siano - ma comunque priva di quelle serie basi culturali che provengono dal formarsi di speranze nate dal saper ammettere anche i propri torti, oltre ai propri meriti. Si tratta in tal caso della stessa impostazione psicologica negazionista delle realtà sgradevoli che sta alla base della predicazione nelle sette come ad esempio in scientology. Tale impostazione culturale, mentre può determinare a breve termine stati di benessere anche esaltato, produce danni a lungo termine in quanto mantiene in sottofondo sensi di colpa e rabbia largamente inconsapevoli dietro un’apparente coesione interpersonale.

La retorica di Obama sembra a momenti voler prendere le distanze dal negazionismo che afflige parecchia psicologia statunitense e non mancano infatti alcuni spunti autocritici convincenti riguardanti l’attuale stato di crisi sociale e culturale della società. Essa ci sembra tuttavia alquanto indulgente circa il fatto che la paura potrebbe facilmente (forse troppo facilmente?) scomparire e la speranza ritornare, attraverso l’ossessivo riferimento unitario al mito dei pionieri. I discorsi di Obama sono infatti zeppi di riferimento al mito della frontiera, il cosiddetto "sogno americano", dove l’America viene dipinta come terra di opportunita sconfinate. Le nevi dello Iowa, le praterie del Kansas, il viaggio verso il West, compaiono continuamente nei suoi discorsi assieme alla presenza di uomini probi dotati di mani callose che si stringono l’una con l’altra. Ora, se il negazionismo psicologico è già una brutta bestia, esso diventa una bestia ancora peggiore quando si accompagna al il negazionismo storico. Il negazionismo storico può riuscire a sistematizzare quello psicologico ed a renderlo ancor più duraturo e pericoloso tanto da tramandarlo attraverso le generazioni. Ci riferiamo qui ai grandi assenti in questo mito - che vede neri a bianchi venir faticosamente fuori alla fine da situazioni altamente conflittuali – evidentemente i milioni di nativi americani che furono oggetto di un genocidio tra i più feroci della storia. Nella coscienza americana esiste a tutt’oggi un grande imbarazzo sull’argomento che viene ancora considerato come appartenente ad un’altra epoca, preistorica, alla quale sarebbe poi subentrata un’epoca storica, come se il mondo fosse ricominciato da zero con la dichiarazione di indipendenza. Il fondo negazionista di una certa psicologia americana  (I'm OK, you are OK!) trova quindi la sua forza e forse anche la sua ragione nel negazionismo storico sul quale è stato costruito il mito della fondazione della nazione. Va tenuto conto, tuttavia, che il meccanismo psicologico della negazione può fare brutti scherzi, in quanto, evitando di fare i conti con sentimenti negativi, li lascia in sottofondo tanto che essi ricompaiono in forme inopportune e mascherate. Ed ecco infatti che nel discorso di insediamento di Obama appare un’immagine dei pionieri nordisti ed antirazzisti che appare poco comprensibile se non si faccia riferimento a qualcos’altro che è stato negato da tre secoli:

“Nell'anno in cui l'America è nata, nel più freddo dei mesi, una piccola banda di patrioti rannicchiati intorno a falò morenti sulle rive di un fiume ghiacciato. La capitale era stata abbandonata. Il nemico avanzava. La neve era macchiata di sangue. Nel momento in cui l'esito della nostra rivoluzione era in dubbio come non mai, il padre della nostra nazione ordinò che si leggessero queste parole al popolo:

'Che si dica al futuro del mondo... che nel profondo dell'inverno, quando possono sopravvivere solo la speranza e la virtù... Che la città e la campagna, allarmate da un pericolo comune, si sono unite per affrontarlo'.

La scelta dell’immagine dei patrioti rannicchiati di fronte ai falò morenti sulle rive di un fiume appare davvero sorprendente quando si pensi che essi evocano in modo alquanto prepotente proprio le abitudini caratteristiche delle tribù indiane. Così come sorprendente appare l’unione delle città, i luoghi della cultura bianca, con le campagne che appunto erano i luoghi della grande cultura indiana. Potremmo forse arguire che Obama auspichi, nel sottofondo del suo animo, una qualche forma di riconciliazione con le vittime dei pionieri? Ma una riconciliazione – quando tanto sangue è stato versato e tante culture sono state cancellate – è possibile soltanto assumendo un minimo di responsabilità per le violenze inflitte come per quelle subite. Mentre rimane impossibile quando si voglia negare totalmente e collettivamente l’accaduto il quale continua tuttavia a pesare nel sottofondo delle coscienze come un macigno e può impedire l’esercizio di un pensiero lucido anche ad un uomo dotato di una notevole cultura come Obama.



Fortunio


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