Guerre giuste e guerre ingiuste


06/01/2010



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“Il terrorismo non può essere sconfitto con le bombe ma soltano con l’intelligence, la polizia, la diplomazia, la politica e l’economia” ci dice saggiamente Michael Walzer, filosofo politico, autore di "Guerre giuste e ingiuste", intervistato da Ennio Caretto sul Corriere della Sera del 31 Dicembre, a proposito di possibili rappresaglie contro il territorio yemenita. Viene da chiedersi quale sia il senso di una tale banalità che avrebbe fatto invidia a Monsieur de la Palisse. Nessuno al mondo oserebbe infatti dissentire da questa affermazione di valore psicologico universale. Interrogato poi circa i possibili attacchi missilistici e bombardamenti delle postazioni di Al Quaeda nello Yemen, Walzer ci informa inoltre che si tratta “di una reazione legittima sul breve periodo ma non è un mezzo valido a lungo termine”.  Anche qui non si riesce a capire, nessuno pensa che sia un mezzo valido a lungo termine così nessuno si sognerebbe di mettere in discussione il diritto all’autodifesa da parte degli Usa e di Obama. Possiamo immaginare che neanche in campo quaedista si potrebbe pretendere che gli Usa si facciano massacrare senza fare nulla.
Sembra piuttosto un altro il punto che viene eluso nella disarmante intervista di Walzer, ed è quello del perché gli Usa continuino reiteratamente a fondarsi su strategie di rappresaglia a breve periodo, rinunciando ad utilizzare la politica, la diplomazia e continuando a utilizzare molto male sia l’intelligence che la polizia. Il fatto che i vertici USA si affidano alla potenza militare e tecnologica non significa infatti che essi non sappiano che si tratta di una politica di corto respiro. Il problema sta nel fatto che pur sapendolo essi continuano a farlo.
Il prof Walzer vorrebe forse farci credere che la dirigenza USA creda per davvero di risolvere i problemi con la guerra e che pertanto questa dirigenza sarebbe costituita da un’accolita di cretini che credono ciò in cui nessuno crede? Che le cose stiano in questo modo ci appare alquanto improbabile ed altrettanto improbabile è che questi supposti deficienti abbiano bisogno di un Walzer che spieghi loro come stanno veramente le cose. Più interessante sarebbe se Walzer si chiedesse perché costoro fanno delle cose che il buon senso griderebbe di non fare e cioè quali siano le motivazioni che li animano. E che la smettesse di trattare come deficienti anche i lettori, i quali non credono che la dirigenza USA desideri ardentemente muoversi in base a quei nobili convincimenti ottocenteschi sulla guerra giusta dei quali Walzer sembra volerla a tutti i costi accreditare.



A.


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