Neuroni specchio: siamo tutti tifosi di una squadra di calcio?


17/04/2010



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Compie vent’anni la scoperta dei neuroni specchio da parte dell’equipe parmense di Giacomo Rizzolato e continua ad attirare l’attenzione degli addetti ai lavori coinvolgendo a tratti anche un pubblico più vasto.  Recente la conferma dell’esistenza dei neuroni specchio anche nell’uomo da parte dell’équipe californiana di Iacoboni. Conferma dell’esistenza di un pattern di attività cerebrale  secondo il quale il sistema neurale dell’osservatore si attiva  come se fosse egli stesso a compiere la medesima azione che osserva. Di qui il nome «neuroni specchio», per rendere conto dell’esistenza di una reazione speculare sistematica del nostro sistema nervoso rispetto ad altri sistemi nervosi. 
Che la scoperta dei neuroni specchio potesse avere una certa importanza risultò chiaro fin dall’inizio: ci si trovava infatti davanti all’evidenza  che animali e uomo fossero dotati di un qualche sistema di lettura delle intenzioni altrui. E venne subito introdotto il termine empatia,  termine che, come è noto, rimane piuttosto vago dal punto di vista scientifico, in quanto descrive un fenomeno culturale certamente più complesso del fenomeno che riusciamo ad isolare a livello neuronale. Secondo la filosofa Edith Stein che ha coniato il termine “una singola azione o anche una semplice espressione del corpo, come uno sguardo o un sorriso, possono offrirmi un barlume con quale intravedere il nucleo fondamentale della persona”. Precisando tuttavia che l’empatia consiste nel “cogliere l’esistenza di vissuti nell’altro come qualcosa di non originario rispetto al mio vissuto”, distinguendola con ciò dall’unipatia quale potrebbe essere la sensazione di avere dei vissuti in comune come potrebbero avere i tifosi di una squadra di calcio nel momento del gol. Ora è chiaro che il livello di osservazione del fenomeno che ci offrono Rizzolato e Iacoboni non può tenere conto delle raffinate sfumature culturali che portano un individuo a valorizzare l’esperienza “originaria” di altri individui oppure ad appiattire la propria esperienza su quella di altri individui e quella degli altri individui sulla propria, come accade nel caso dei tifosi della partita di calcio. E’ chiaro che queste sfumature dipendono fortemente dall’interazione culturale, dalle abitudini e dall’educazione. 
Proprio per questo avvertiamo una certa preoccupazione quando sentiamo affermare che l’attività dei neuroni specchio sarebbe alla base della socialità. Preoccupazione dovuta al fatto che questa affermazione – che sostanzialmente non sembra per niente sbagliata – venga tuttavia fatta in assenza di un qualsiasi straccio di teoria che permetta di fare una distinzione tra quella socialità che viene raggiunta attraverso il rispetto dei modi individuali di sentire e quella socialità che viene raggiunta attraverso la massificazione dei modi di sentire dei singoli. La confusione su questo punto appare totale tanto più che si sente affermare che alla base dell’empatia fornita dai neuroni specchio ci sarebbe il meccanismo dell’imitazione. Se infatti teniamo conto della descrizione dell’empatia della Stein vediamo che l’empatia sarebbe esattamente il contrario dell’imitazione e pertanto nascerebbe proprio dalla capacità di distinzione del nostro sentire da quello altrui. In questa direzione sembrerebbe non secondario il fatto che l’attività neuronale dei neuroni specchio risulta essere minore quando osserviamo gli altri compiere un’azione mentre è maggiore quando la facciamo noi.
Fondamentale sarebbe quindi la percezione di un’asimmetria tra ciò che facciamo noi e ciò che fanno gli altri, il che pertanto ci lascerebbe liberi di valutare la quantità di asimmetria che desideriamo rimanga nel sottofondo nella nostra coscienza per stabilizzare i nostri rapporti con gli altri. Non tralasciando tuttavia la possibilità di reperire il momento opportuno per manifestare questa asimmetria e favorire quindi uno scambio che possa permettere una migliore coesistenza del nostro modo di sentire con il modo di sentire degli altri. La scoperta dei neuroni specchio necessita quindi di un quadro interpretativo  che renda conto di quelle attività della nostra coscienza  che ci spingono a contrarre degli accordi interpersonali allineando i nostri stati d’animo a quelli degli altri. Andrebbe quindi considerato che siamo abituati a mandare in sottofondo i nostri stati d’animo contrastanti, anche se questo non significa che gli stati d’animo contrastanti non possano trovare  un posto sempre che sia presente una cultura che si prenda carico dei modi individuali di sentire. In sostanza potrebbe esserci una buona notizia: non siamo tutti obbligati a diventare tifosi di una squadra di calcio!! 



Andrea Seganti


Commenti


Marisa Pittaluga Valle

17/4/10

Pensieri Sparsi
Nel bel libro di Rizzolatti e Sinigaglia sui neuroni specchio –“So quel che fai” – si parla  soprattutto di come si instaura la comprensione delle azioni compiute dagli altri e di come tale comprensione permetta l’insorgere di uno spazio d’azione potenzialmente condiviso. Siamo tutti in qualche modo attori e spettatori e sono d’accordo con te se intravedi il rischio di una sottolineatura del sentire all’unisono,modalità che vedo utilizzata specialmente nelle situazioni asimmetriche- Non credo sia  da attribuire alle ricerche di Rizzolatti, ma sempre più, almeno nell’area dei servizi sociosanitari si compilano pacchetti di soluzioni già prefigurate per gli utenti – o prendere o lasciare – e la stessa tendenza   dilaga nella formazione: si offrono dall’alto corsi  e seminari, con punteggi e crediti, senza tenere in nessuno conto  le spinte individuali, le differenze degli operatori, i loro  interessi  e  motivazioni. Sembra che capire le differenze individuali sia troppo costoso ed è molto più facile avere una platea di spettatori che sono obbligati a pagare il biglietto senza scegliere  lo spettacolo.

Andrea Seganti

18/4/10

Cara Marisa
non ho dubbi sul fatto che Iacoboni sia un ricercatore “smart” nel senso che egli vede l’empatia prodotta dai neuroni specchio come un valore positivo da incentivare e considera invece un fatto patologico l'ipotetica carenza di funzionamento del neurone specchio a cui egli imputa fenomeni sociali, diciamo così, di tipo egoistico o razzistico. Nella sua intervista raccolta da Guido Romeo sul Sole 24 ore, suppplemento NOVA del 15 Aprile, egli sembra infatti esprimere questa sua concezione che va nella direzione di considerare il neurono specchio come una cosa buona e la sua assenza come cosa cattiva.  Io sono meno ottimista – o potremmo qui forse dire ingenuo – di Iacoboni e diffido di chi mi vuol far diventare altruista allo stesso modo in cui diffiderei di chi mi volesse far diventare più egoista e cinico. Penso infatti che i neuroni specchio non siano né buoni né cattivi e che buono e cattivo sia l’uso culturale che ne facciamo. Penso infine che il fatto che ce ne siano di più o di meno dipenda dalla storia della persona e che non sia affatto detto che a questo fatto biologico corrisponda ad egoismo o ad altruismo quanto piuttosto a quel mix di prudenza e coraggio che contraddistingue il singolo individuo.
Ecco un estratto della sua intervista che mi sembra giustificare le mie perplessità, anche considerando che Iacoboni sta lavorando nel paese che ci ha regalato approcci diagnostici al limite della decenza come quello dell’ADHD, approcci che si contaddistinguono per la colpevole assenza di considerazioni extrabiologiche.
“Abbiamo appena iniziato uno studio su singoli neuroni specchio per capire come possiamo modificare o addirittura creare ex novo queste “smart cells” inportantissime  non solo per la vita sociale, ma anche per l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo e che potrebbero trovare applicazioni cliniche per i pazienti nei quali se ne riscontra una ridottissima attività” spiega Iacoboni. “Il primo tipo di studi mira a misurare le risposte dei neuroni alle azioni di individui della nostra razza o di razze diverse, del nostro stesso sesso o di sesso opposto e che condividono le nostre idee politiche o no. Infine sul fronte della neuroeconomia capire quanto la tendenza ad empatizzare  prodotta dei neuroni specchio predica scelte economiche sulla condivisione dei beni o sulla massimizzazione del profitto individuale.”

Luigi Solano

30/4/10

   A pensarci è quasi paradossale che risulti originale nel panorama nazionale e internazionale la notazione che un piccolo gruppo di neuroni non possa essere ritenuto responsabile in sé di una funzione complessa come l'empatia, o l'imitazione, o l'identificazione, ma che queste ultime dipendano da aree ben più ampie del sistema nervoso, mentre i neuroni specchio al massimo possono essere responsabili appunto di un "rispecchiamento". Dobbiamo riconoscere quanto più o meno consapevolmente siamo ancora immersi in una cultura "localizzazionistica" che attribuisce anche le funzioni superiori ad un singolo gruppo di neuroni; quando da tempo sappiamo che le funzioni superiori, a differenza magari della misurazione del livello di glicemia o di ossigeno, dipendono dall'intero sistema nervoso. Il fatto che una funzione scompaia a seguito della lesione di un'area non significa che quella funzione sia tutta incentrata in quell'area. Una metafora che circolava negli anni '70 (anni più avanzati di questi) era che se noi togliamo un transistor da un televisore e scompare l'audio, questo non significa che abbiamo identificato "il centro del suono": è evidente che per realizzare il suono è nessario l'amplificatore, gli altoparlanti ecc. 



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