Altruisti nati ?


15/06/2015



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«Mi schiero con Rousseau», scrive lo psicologo dello sviluppo Michael Tomasello, «il filosofo che considerava gli esseri umani per natura cooperativi e solidali ma poi corrotti dalla società. Anche se integro quella teoria con alcune critiche: sostengo che i bambini si dimostrano collaborativi in molte situazioni ma non in tutte perché ogni organismo deve avere anche un po' di egoismo per sopravvivere». Così riferisce Marina Cavallieri su La Repubblica del 13 Maggio presentandoci il libro di Tomasello:  Altruisti nati - Perché cooperiamo fin da piccoli (Bollati Boringhieri, pagg. 144, euro 15).
Ora, il fatto che i bambini siano tanto più collaborativi quanto più sono piccoli è un evidenza che è davvero difficile negare anche a chi non avesse ancora letto il libro di Tomasello, il quale dimostra sperimentalmente le capacità che i bambini hanno di prendersi generosamente carico del problematico mondo degli adulti. Un bambino di uno due anni è assolutamente irresistibile dal punto di vista umano e chi non lo riconosce non è onesto con i propri sentimenti. Possiede un apertura e degli slanci verso un mondo che pur gli appare in buona parte sconosciuto e lo fa con tanto ardore da essere capace di smuovere il più incallito dei nostri cuori adulti.
“Tuttavia, a che punto si perda la primitiva innocenza, e quando succeda anche i bimbi s'incarogniscono, Tomasello non lo spiega, non è parte della ricerca”, fa giustamente notare la Cavallieri nella sua recensione. Ma se Tomasello non lo spiega, non è detto che delle spiegazione non siano state date e queste vanno tutte nella stessa direzione, quella di sottolineare che il fenomeno dell’egoismo si sviluppa nel tentativo di controbilanciare le eccessive lealtà ai rapporti interpersonali che la cultura può imporre ai suoi bambini.  Il “rovesciamento dei ruoli” - quel fenomeno per il quale il bambino si prende cura dell’adulto tanto più lo vede in difficoltà - viene oggi considerato dalla psicologia dello sviluppo come la base di ogni successiva forma di patologia. Succede infatti che il bambino, mentre da un lato si iperadatta e si specializza nello svolgere la funzione del consolatore dell'adulto in difficoltà, dall’altro lato sviluppa in sottofondo un contenzioso, fatto di rivendicazioni che potremmmo definire di tipo “egoistico”, delle mine vaganti.  Selma Fraiberg descrive già nel 1975 il fenomeno in Fantasmi nella nursery, lo stesso fenomeno che da me descritto come teoria generale nel 2009 in Teoria delle Mine vaganti.

Sorprendente tuttavia il fatto che a dirimere il quesito fondamentale circa la dinamica della comparsa dell’egoismo nei bambini non venga chiamato da Repubblica un ben noto psicologo dello sviluppo - come potrebbe essere Massimo Ammanniti - bensì suo figlio Nicolò. Il quale afferma - bontà sua -  “non mi baso su ricerche o su dati statistici, solo sulla vita vissuta”. E afferma – almeno così ci riferisce Dario Pappalardo: «credo che naturalmente esista un egoismo quasi genetico. Anche i bambini rispondono in qualche modo alla legge della giungla. Tendono a sopraffarsi. Poi l' educazione mitiga le cose. Ma l' istinto naturale a sopravvivere va contro quello di condividere le cose”
Non sappiamo bene in quale tremenda giungla possa essere cresciuto Nicolò Ammaniti. Possiamo tuttavia immaginare che – come tutti i bambini di questo mondo – abbia temuto di rimanere impigliato in un eccesso di fedeltà alle idee del padre, tanto da dover assumere una posizione radicalmente a lui contraria. Tanto contraria da non tenere in nessun conto l’ottima recensione che il padre aveva scritto solo qualche giorno prima sullo stesso giornale del libro di Ethan Watters: Crazy like us: The Globalization of the American Psyche ("Pazzi come noi: la globalizzazione della psiche americana"; Free Press, USD 26). Ottima recensione in cui viene ricordato in lungo e in largo come la cultura abbia un ruolo determinante non solo nel plasmare le forme dell’egoismo ma perfino quelle della follia. Mentre Nicolò si appella alla genetica dell’egoismo mostrando di averne un'idea primitiva e romantica, il padre ci fornisce più di un suggerimento utile su come genetica e ambiente iteragiscano nel plasmare le idee che abbiamo su noi stessi.
Dice Massimo Ammaniti, parlando di come la diagnostica psichiatrica basata su teorie organicistiche e su riferimenti genetici semplificati risultano perniciose sul vissuto dei bambini come su quello degli adulti: “Si tratta di un' operazione di "bulldozing" ossia di stravolgimento della psiche umana, che va ben aldilà del disturbo psichico ma che investe la stessa esperienza personale di sofferenza e di conflittualità psicologica. E questa operazione è iniziata negli ultimi 50 anni da parte degli operatori psichiatrici, una sorta di alfabetizzazione medica che ha introdotto una concezione della malattia mentale nella quale il malato non ha una responsabilità personale. Si potrà obiettare che questa concezione scientifica potrebbe sconfiggere lo stigma e la vergogna sociale dal momento che tutto viene fatto dipendere da un' alterazione del cervello. Uno studio effettuato nell' Università di Auburn non sembra tuttavia confermare che la narrazione medica del disturbo psichico sia più positiva per i familiari rispetto alla narrazione psicologica legata ad eventi traumatici del passato, perché la prima porta con sé la convinzione che nel disturbo psichico ci sia qualcosa di alterato in modo irreversibile e che non può essere sanato in alcun modo.”
La stessa cosa accade per quanto riguarda l’egoismo - aggiungeremo noi - esso può essere letto come un mitico compotamento genetico "istintuale" (Nicolò Ammaniti) oppure può essere letto come il risultato di una storia (Massimo Ammaniti).
Ci permetteremo di concludere provvisoriamente la piccola diatriba padre figlio tra Nicolò e Massimo Ammaniti dando definitivamente ragione a Rousseau circa l’esistenza di uno stato di natura altruistico e generoso che successivamente va perduto. Aggiungendo tuttavia il fatto che questo altruismo, pur se geneticamente determinato, potrebbe portare a un così forte vincolo di fedeltà da diventare presto ingombrante per i figli, tanto da rendere a volte necessario lasciare il passo ad un feroce egoismo - anche’esso geneticamente supportato - che spinge il futuro adulto a rifiutare, assieme alle richieste eccessive e intrusive degli altri perfino alcune cose molto buone che gli vengono generosamente offerte. Sembra questo il caso di Ammaniti figlio che sembra rifiutare perfino quello che di meglio gli offrirebbe, in termini di sensibilità e esperienza di vita - la cultura cui appartiene suo padre.



Andrea Seganti


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