Nuovo umanesimo dalla California


03/10/2010



california.jpg

Ritorno alla natura e tecnologia avanzata.  Un’accoppiata che sempre più spesso ci viene proposta dai commentatori, una sorta di programma per una politica “verde” che ci faccia intravedere un futuro possibile. Seguendo queste ipotesi il mondo occidentale potrebbe forse scrollarsi di dosso il senso di colpa che ormai lo paralizza, nel momento in cui si facesse promotore di una ripresa economica che, invece di esacerbare la competizione per la conquista del “mercato unico”, portasse ad una diminuzione della nostra incompatibilità a convivere con l’ex-terzo mondo oltre che con il mondo in generale. Un ragionamento che dal punto di vista psicologico non fa una grinza visto che il senso di colpa - per quanto possa essere negato molto a lungo allungando continuamente la lista dei nemici "colpevoli" – continuerà inevitabilmente ad aumentare se non si trova il modo di assumersi una qualche, sia pur parziale, responsabilità per i danni che il mondo intero ha subito dallo sviluppo industriale del secolo scorso.
Rilevante in questo contesto il lungo articolo inchiesta del giornalista svizzero Peter Haffner sull’Internazionale del 10 luglio 2010: “Il futuro corre sulle strade della California”. Rilevante anche perché, al di là della realtà californiana, l’articolo ci mette al corrente della crescita di una sorta di cultura terzomondista nel mondo occidentale: gente che vive a contatto con la natura – come accade ancora in buona parte del terzo mondo – coltiva orti, mangia cibi autoprodotti, prega e medita in nome di generiche entità panteiste, ma non per questo rinuncia a scambi culturali, discussioni, godimento artistico, rispetto del singolo, il tutto condito ed afficancato da una robusta dose di tecnologia. Gente che non disdegna per principio né internet, né OGM, né automobili, ma sta ben attenta a non diventar schiava di nessuna delle diavolerie tecnologiche così come rifugge da eccessi ideologici e religiosi. Si tratta inoltre di gente che non rifiuta la logica del successo nel campo dell’innovazione industriale, sempre ammesso che esso sia degno di merito e cioè utile alla comunità. E soprattutto gente che pensa in grande: “Un prodotto che non sia in grado di migliorare la vita di almeno un milione di persone è insignificante” dice l’indiano Khosla, attuale amministratore della Khosla Ventures, ex co-fondatore della Sun Microsistems, uno dei primi a passare dall’informatica alle tecnologie pulite. Ecco quindi svilupparsi attività industriali che si occupano di riunire nutriti gruppi di consumatori ai fini di raggiungere una massa d’urto tale da permettere il superamento degli ostacoli burocratici, economici e tecnici che potrebbero rendere poco appetibile l’istallazione dei pannelli solari, o il cambio del motore a benzina con una motore ibrido, o la costruzione di case di paglia a basso costo e basso impatto ambientale o la fondazione di orti, la distribuzione dei loro prodotti e così via.
Il perno centrale di questo nuovo approccio è quindi il ritorno alla terra, con una rivalutazione netta dell’agricoltura che era rimasta la Cenerentola dello sviluppo industriale. Dal punto di vista psicologico la cosa è alquanto interessante in quanto mette il dito sul colpevole distanziamento tra città e campagne che si era sviluppato nel secolo scorso. Un distanziamento psicologico alimentato dalla concezione della città come centro del mondo politico e industriale, la città come luogo dell’oligarchia che domina sulla campagna popolata di servi che non possono avere parola sul mondo.  Il divario tra città e campagna, tra cultura urbana e cultura contadina può essere considerato come un luogo comune talmente diffuso in modo capillare nelle nostra abitudini e nei nostri comportamenti da risultare quasi invisibile e difficilmente raggiungibile dalla nostra coscienza critica e autocritica. Eppure sono proprio queste micro perdite di contatto con fette della nostra realtà quotidiana (l’agricoltura, il cibo, i tempi di produzione legati alla terra) che possono creare la base e dare forza alle macro perdite di contatto tra culture diverse, causando la diffusione di una sorta di reciproco e sotterraneo disprezzo. E’ possibile forse cominciare ad affermare che chi perde di vista il vantaggio  che si può trarre dal barattare i prodotti che maturano sul proprio campo con quelli che maturano nel campo del vicino – i valori dell’ospitalità e della coopeazione per un reciproco e equilibrato vantaggio - rischia di perdere prima o poi anche la propria anima. In quanto aumenta il divario tra un se stesso cittadino, ricco moderno e vincente che possiede un totale controllo sulla realtà e un se stesso inerme che deve fare i conti con le limitazioni della terra e del clima. Perdendo di vista il fatto che terra e clima possono esserci amici ma che questo può avvenire soltanto se essi vengono costantemente rispettati.



Andrea Seganti


Commenti




Inserisci un commento

*Autore



*Commento:



Per inserire un link scriverlo: <link> http://www.esempio.it </link> poi il moderatore provvederà a inserirlo.



Ricopia il codice che vedi nell’immagine