Berlusconi è un narcisista patologico?


07/11/2010



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Non me ne voglia il mio collega Luigi Cancrini ma sono rimasto alquanto perplesso circa il senso dell’operazione diagnostica che egli propone ai lettori dell’Unità, ai danni(?) del nostro presidente del Consiglio. Secondo il DSM IV – “il più importante e riconosciuto manuale per la diagnosi psichiatrica” – avremmo, ahinoi! un Presidente del Consiglio affetto da disturbo narcisistico della personalità, con tanto di sigla inglese “Narcissistic Personality Disorder”. Ora io non contesto il fatto che S. B. rientri perfettamente nella descrizione di distubo narcisistico fatta dal DSM. Contesto piuttosto qualsiasi operazione diagnostica che venga fatta da qualsivoglia manuale senza che vengano chiariti i limiti e i rischi che sono insiti nell’uso (e abuso) di ogni forma di diagnosi. L’annosa questione - che sono certo Luigi conosce molto bene visto che anche lui è cresciuto nel paese di Franco Basaglia – è questa: a cosa servono le diagnosi, e quelle psichiatriche in particolare? Che cosa aggiungono alla nostra conoscenza dei fatti? In che modo e fino a che punto possono essere di aiuto ai nostri pazienti? E infine, in che modo questi strumenti di classificazione possono diventare etichette nocive, che hanno effetti indesiderati incontrollabili sia su coloro che vengono diagnosticati  che su coloro che esercitano il loro potere diagnostico?
E’ noto che le diagnosi servono a standardizzare le procedure di intervento, in modo tale da distinguere - per fare un esempio –  se una persona ha un cancro allo stomaco oppure se ha fatto un indigestione. Questo porta ad un ricasco positivo in termini di intervento differenziale. Sappiamo tuttavia che i sistemi diagnostici si sono sviluppati in modo esponenziale per cui oggi distinguiamo un numero assolutamente spropositato di condizioni morbose anche se poi, nel 90% dei casi, utilizziamo invariabilmente le stesse cure: antibiotici, aspirina, cortisone, antinfiammatori e benzodiazepine. Ciononostante, la diagnosi differenziale raffinata può servire alla ricerca di base sul funzionamento del nostro organismo e al limite allo sviluppo di nuovi farmaci, anche se quest’ultima affermazione va fatta con cautela considerando che vanno tenuti ben aperti gli occhi sugli abusi dettati da leggi di mercato che con la ricerca hanno poco a che fare. E con ciò abbiamo esaurito i contesti nei quali la diagnosi ha dimostrato di avere una certa utilità: intervento, ricerca e cura.
Al di fuori di questi limitati contesti, le diagnosi hanno dimostrato essere alquanto nocive palesando importanti ed evidenti effetti secondari: primo tra questi la cosidetta etichettatura, un fenomeno che in buona parte esula dalla nostra volontà e che fa si che il medico si faccia – a volte inconsapevolmente - mettere sul piedistallo dal suo paziente, il quale rinuncia ad alcune funzioni autonome e cerca soluzioni ai suoi innumerevoli problemi di vita “facendo il malato”. La malattia può diventare l’asse portante della vita psicologica, il rapporto persecutorio con la medicina sostituisce gli altri rapporti affettivi, i significati personali della propria esistenza si appiattiscono, l’etichetta diagnostica prende il posto della propria identità. Un fenomeno - questo della deresponsabilizzazione circa le proprie condizioni esistenziali – che si palesa in modo particolarmente virulento nel caso della diagnosi psichiatrica, in quanto essa investe il modo in cui le persone pensano e agiscono. Dire a qualcuno che ha un disturbo narcisistico può diventare facilmente una specie di nulla osta ad essere così come si è – e cioè malati – fino ad autorizzarlo implicitamente a compiere nefandezze di ogni tipo.  Può quindi succedere – e ahinoi succede spesso – che il giudizio diagnostico possa servire a mettere da parte quel giudizio morale quello che tutti noi siamo tenuti a dare agli altri, così come ci impegniamo ad ascoltare civilmente la loro opinione su noi stessi. In sostanza la diagnosi può diventare una scusa, sia per noi che possiamo anche evitare di prendere posizione - ci pensa Luigi Cancrini - sia per il “malato” cui diamo una buona occasione di prenderci per il c… accusandoci - e questa volta non del tutto a torto bisogna dirlo - di abuso di potere psichiatrico.
Pertanto ragioniamo su un punto: hanno veramente bisogno gli italiani per aprire gli occhi sui comportamenti di S.B. di ricorrere alla diagnostica del DSM? In assenza di questa diagnostica non sarebbero forse in grado di dare un giudizio moralmente fondato sulla loro esperienza di vita? La mia opinione è che esistono categorie del senso comune per etichettare S.B.,  categorie che non vanno disdegnate, in quanto sono a disposizione di ogni persona ragionante e derivano dall’esperienza personale. Ad esempio “pallone gonfiato” potrebbe essere un giudizio intuitivamente efficace e convincente per descrivere S.B. Ottengo in questo modo un rapido consenso, una base comune di giudizio, a partire dalla quale ognuno di noi potrebbe poi aggiungere una sfumatura tratta dalla sua personale esperienza: alcuni potrebbero vederlo come un attaccabrighe che cerca in tutti i modi di mettersi in mostra, mentre altri potrebbero vederlo come un poveraccio che non riesce a capire quasi nulla di se stesso e degli altri, e così via ciascuno – al limite anche S. B. in persona - potrebbe dare il proprio contributo narrativo. In questo modo ciascuno di noi potrebbe far valere il suo giudizio personale su S.B., libero di mostrare la propria simpatia o la propria antipatia, ma potremmo comunque trovare un punto di unione - al di là delle giustifiche e dei distinguo - sul fatto che abbiamo a sostanzialmente a che fare con ciò che comunemente viene definito come un pallone gonfiato! O no? Oppure abbiamo talmente paura che S.B. si offenda da non riuscire a mantenere il punto fino a non farcela a tenere in piedi il nostro giudizio circa il pallone gonfiato! La mia opinione è quindi che, se riuscissimo a mantenere il punto, S.B. potrebbe anche guarire dal suo disturbo narcisistico!



Andrea Seganti


Commenti


Antonio

21/11/10

La psicologia talvolta serve come pseudoscienza per giustificare come oggettivo un giudizio che in fin dei conti oggettivo non è ma riguarda le credenze, i valori e le norme che un individuo ha introiettato. Il suo articolo fa capire questo uso in maniera molto appropriata. 

Marco C.

16/10/12

Prima che magari rinizi il derby di divisione nazionale dì'Italia pro o contro Berlusconi volevo commentare il suo "post".

Prima che lo facesse Cancrini ho sentito la stessa operazione "diagnostica" fatta da persone con competenze "psi" che me la ha proposta con una certa seduttiva ricerca di condivisione e complicità.

Visto lo stato d'animo con cui molti di noi hanno vissuto in questi anni, questa operazione "diagnostica" mi è sembrata molto triste e molto consolatoria.

Un tentativo, lo ripeto, triste, di riaffermare una sorta di primato su una realtà che si stava invece subendo passivamente. Cancrini non è stato immune da questa tentazione.

Più in generale poi, queste operazioni "diagnostiche" si fanno molto spesso nel senso comune sopratutto dopo il diffondersi dei concetti psicologici, all'incirca dagli anni '70 in poi: "è un ossessivo" si usa per i meticolosi, "ho la paranoia" invece della preoccupazione, si diffonde la "psicosi" dell'influenza o del terrorismo e cosi via.

Spesso capita che a cena o quando si è arrabbiati si usino queste categorie psicopatologiche in chiave aggressiva senza danni permanenti per il "paziente".

Cambiando scenario ma da un punto di vista formale usando lo stesso meccanismo, se da un lato riconosciamo come aberrante l'uso della psichiatria nell'ex unione sovietica e ci preoccupiamo delle diagnosi che "giustificano" la somministrazione degli psicofarmaci ai bambini negli stati uniti, siamo poco consapevoli di quando usiamo la stessa "forza" psichiatrica per dare sfogo alla nostra aggressività ed usare il nostro potere; "a fin di bene" ovviamente.

Un ultima considerazione, ispirata dalla storia delle idee, e che la teoria dell'etichettamento il "labelling approach" è stata criticata perchè non teneva adeguatamente conto del fatto che l'appiccicamento delle etichette non avveniva in un vuoto sociale ma dipendeva dal peso specifico del potere dell'etichettante. Chi ha più potere più facilmente costruisce linguisticamente "l'altro", Operazione che il "paziente" Berlusconi stesso ha potuto fare con successo nei confronti della magistratura con la bellissima ed efficace immagine "condensata" delle "toghe rosse" metaforicamente intese ma letteralmente di rosso vestite nei servizi dei telegiornali all'inaugurazione dell'anno giudiziario.

Infine con un'operazione formalmente identica a quella del Prof. Cancrini, ma con ben altro potere mediatico, ha diagnosticato i giudici come "antropologicamente" diversi, diversificando eufemisticamente la scelta della disciplina di riferimento, scientifica per carità, che legittimerebbe invece la sua di "diagnosi" e cioè nientemeno che l'antropologia ....che finezza!!!


Marco C.

17/10/12

Prima che magari rinizi il derby di divisione nazionale dì'Italia pro o contro S.B volevo commentare quanto da lei scritto.

Prima che lo facesse Cancrini ho sentito la stessa operazione "diagnostica" fatta da persone con competenze "psi", operazione che mi è stata proposta con una certa seduttiva ricerca di condivisione e complicità.

Visto lo stato d'animo con cui molti di noi hanno vissuto in questi anni, questa operazione "diagnostica" mi è sembrata molto triste e molto consolatoria.

Un tentativo, lo ripeto, triste, di riaffermare una sorta di primato su una realtà politico mediatica che molti stavano invece subendo passivamente. Cancrini pare non essere stato immune da questa tentazione.

Più in generale poi, queste operazioni "diagnostiche" si fanno molto spesso nel senso comune sopratutto dopo il diffondersi dei concetti psicologici, all'incirca dagli anni '70 in poi: "è un ossessivo" si usa per i meticolosi, "ho la paranoia" invece della preoccupazione, si diffonde la "psicosi" dell'influenza o del terrorismo e cosi via.

Spesso capita che a cena o quando si è arrabbiati si usino queste categorie psicopatologiche in chiave aggressiva, come ad avvalorare e dare più peso scientifico alle cose brutte che pensiamo di qualcuno ma, per fortuna, senza danni permanenti per il "paziente".

Se da un lato siamo ben consapevoli della funzione e dell'uso aberrante della psichiatria nell'ex unione sovietica e ci preoccupiamo delle diagnosi che "giustificano" la somministrazione degli psicofarmaci ai bambini negli stati uniti, siamo molto meno consapevoli quando usiamo la stessa "forza" psichiatrica per dare sfogo alla nostra aggressività ed usare il nostro potere; a fin di bene ovviamente.

Nella storia delle teorie criminologiche si è visto come il punto debole della teoria dell'etichettamento, il "labelling approach", è che essa non tiene adeguatamente conto del fatto che l'appiccicamento delle etichette non avviene in un vuoto sociale ma dipende dal peso specifico del potere dell'etichettante. Chi ha più potere più facilmente costruisce linguisticamente "l'altro".

Operazione che infatti il "paziente" S. B. stesso , diversamente da altri pazienti ha potuto fare con successo nei confronti, ad esempio, della magistratura con la bellissima ed efficace immagine "condensata" delle "toghe rosse" metaforicamente intese, ma letteralmente di rosso vestite e visibili nei servizi dei telegiornali all'inaugurazione dell'anno giudiziario.

Infine con un'operazione formalmente identica a quella del Prof. Cancrini, ma con ben altro potere mediatico, ha diagnosticato i giudici come "antropologicamente" diversi, diversificando eufemisticamente la scelta della disciplina di riferimento, scientifica anch'essa per carità, che legittimerebbe invece la sua di "diagnosi" e cioè nientemeno che l'antropologia ....che finezza!!!



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