Meritoidiozia?


10/03/2011



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E' strano notare quanto poco venga considerato i vantaggi che derivano dal fatto di conoscere a fondo un argomento e di poter esprimere una propria posizione meditata che viene dal fatto di aver ascoltato a fondo quanto gli altri hanno espresso in base alla loro esperienza diretta e alla loro riflessione.  L'idea che uno studio non pedissequo abbia un valore sostanziale rimane certamente implicita nel pensiero degli intellettuali ma viene sostanzialmente oscurata da un concetto estremamente vago che oggi sta sulla bocca di tutti, quello della "meritocrazia". La cosa appare strana, tanto più che che oggi ci troviamo di fronte ad una rivoluzione elettronica che permette a una vasta fascia della popolazione di avere un accesso alle "fonti" infinitamente più facile ed efficiente - vedi ad esempio, nel bene e nel male, Wikipedia - di quanto non fosse nemmeno pensabile nell'era di Gutemberg. Invece di sottolineare che uno studio approfondito da dei vantaggi innanzi tutto per coloro che lo praticano - vantaggi in termini di maggiore sicurezza, minore volatilità delle opinioni, minori sbagli e migliore capacità di ascolto - Beppe Severgnini sul Corriere della Sera (10 marzo) non trova di meglio per incentivare i giovani a studiare se non fagli capire che la laurea al Politecnico di Milano vale di più che non la laurea conseguita ad una qualsiasi "Università di Bungolandia".  Sicuramente le intenzioni di Severegni sono quelle di propagandare il valore dello studio - e infatti Severegni si scusa per la semplificazione e accompagna l'articolo con appropriate citazioni sul valore intrinseco dello studio - ma certamente il risultato della sua argomentazione può facilmente essere frainteso. Frainteso come un richiamo all'idea che sia la laurea doc  ad aprire chissà quali porte del bengodi lavorativo (e infatti Beppe si impiglia su complicati calcoli circa il potenziale guadagno del laureato) e non piuttosto il valore dello studio in sè e i vantaggi che esso offre alla propria condizione esistenziale indipendentemente dal fatto che questo si traduca nell'ambito posto di lavoro. Non bastano, a mio avviso, le affermazioni finali di Severegni che raccomanda di rifutare il giochino di " quale facoltà offre più opportunità di lavoro". Sarebbe bastato invece ricordare che la meritocrazia di cui tanto oggi si parla presuppone sempre l'idea di una qualche autorità che riconosca il merito mentre, l'idea del valore intrinseco dello studio comporta una continua messa in discussione dei propri e altrui criteri di merito, senza infingimenti. Ricorderemo infatti che tra i valori fondamentali dello studio esiste anche quello dello sviluppo della capacità critica, un valore che va sviluppato a proprio rischio e pericolo. Può darsi allora che questo valore possa trovare maggior considerazione in un contesto universitario che, pur insegnado al rispetto delle opinioni altrui, tuteli il giovane dalla eccessiva soggezione rispetto ai coloro che più di lui sono titolati. Ma può anche darsi che i percorsi per uno studio sano e consapevole - fatto in buona parte di passione come ricorda Severgnini e di incontri significativi - passino oggi in buona parte fuori dall'Università. La parola meritocrazia è pertanto legata a doppio filo con l'idea del pezzo di carta anche se in questo caso si tratta di un pezzo di carta "buono".



Andrea Seganti


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